A un certo punto ho deciso di concludere con un armistizio la mia personalissima guerra allo sporco (questa sí che è durata una settimana, mica come altre…) e di uscire di casa.
Soffro un improvviso shock termico quando realizzo che fuori ci sono 15 gradi ma in casa ce n’erano 24,5. A riscaldamento spento. Questi grandi finestroni a vetro singolo generano il discomfort che non appena esce un raggio di sole la casa diventa una serra (di cui tra l’altro pare l’Olanda tutta faccia grande vanto nel settore agroalimentare, con esportazioni da record di ortaggi a livello globale, seconde solo agli Stati Uniti), quando il cielo si copre, in men che non si dica, la casa torna allo stato ghiacciaia (utile forse per conservare più a lungo gli ortaggi precedentemente prodotti).
Comunque, mi stringo la mia sciarpa ben attorcigliata al collo e via, parto per la mia camminata.
C’era un libriccino quando ero piccola che raccontava le peripezie dell’Orsetto Meo. Cosa fa l’orso Meo? Meo scende per strada e… che gran fracasso, di chi è la colpa di questo sconquasso? Meo, chiaramente non era in Olanda. Qui: il silenzio. Scendi per strada e… non senti niente. Innanzitutto, ti accompagna il rumore dei tuoi passi su questi pavimenti urbani di mattone scuro. E poi il ronzio delle biciclette, quel ticchettare un po’ metallico all’approssimarsi del quale sai che la tua incolumità sta per essere messa a repentaglio. Penso che gli olandesi abbiano una sorta di sesto senso, forse una modificazione genetica, tale per cui riescono a presentire l’appropinquarsi delle biciclette senza trasalire tutte le volte che se le vedono sfrecciare a due centimetri. O forse, più semplicemente, è che sono tutti in bici e viaggiano tutti alla stessa velocità da pazzi, circolando per queste piste ciclabili come se fossero perennemente alla rincorsa di qualcosa (praticamente i milanesi del Nord Europa) – salvo poi essere un popolo estremamente puntuale. Quindi mi doto anche io di bici e pedalo.
A proposito di tutto questo sfrecciare di velocipedi, tra l’altro equipaggiati con gli accrocchi più creativi (borse, carrelli, tandem a tre, e via discorrendo), delle biciclette in sé è inutile dire, essendo un tema già ampiamente discusso nella letteratura da bar. Un argomento più di nicchia, però, sono i parcheggi per le biciclette. È da stimare con una certa accuratezza il tempo che ci può volere a trovare il parcheggio per la tua bicicletta, soprattutto nei luoghi nevralgici della mobilità, come la stazione… Qui tu entri in questo ginepraio sotterraneo che è talmente grande da presentare delle corsie numerate come nei nostri parcheggi auto. Se cominci a cercare un posto alla corsia 1a, metti che lo trovi alla 11b, quando ti va di culo. Questi parcheggi riescono a contenere, in un volume comunque immenso, un numero spropositato di biciclette. Una segnaletica luminosa indica quanti posti liberi sono ancora a disposizione nel complesso del parcheggio. Non ho idea di come i sensori misurino il livello di occupazione degli stalli (forse a peso…?). Comunque, una volta accertato che di capienza ce n’è ancora, tutto sta nel trovare un posto libero. Infatti, l’ingegneria meccanica ha studiato una soluzione super compatta che permette di accostare le bici una all’altra leggermente sfalsate in altezza, ma anche di distribuirle su due livelli uno sopra all’altro, in un incastro perfetto. Il meccanismo consiste in dei carrelli che si tirano verso il basso, permettendo al mezzo di scivolare comodamente all’interno dello stallo per metterlo in sicurezza, prima di sollevarlo al piano superiore. Taaaaac. Pronto. Geniale. Peccato che le biciclette si presentino a quel punto talmente fitte che è quasi impossibile scorgere gli anfratti vuoti tra una bici e l’altra. Mi hanno, tra l’altro, spiegato che il vantaggio del famoso freno a pedale (perché gli svantaggi, invece, sono evidenti senza ulteriori spiegazioni…) è proprio quello che non ci sono fili e leve che intralciano e che potrebbero incagliarsi nelle parti sporgenti delle bici accanto al momento dell’inserimento o disinserimento del mezzo nello stallo. Smart. In ogni caso, questi parcheggi sono anche dotati di ciclo-rimessa con tanto di personale che, non solo è pronto a riparare eventuali guasti, ma vende anche tutto l’occorrente per mantenere la propria bici in perfetto stato di funzionamento.
A questo punto siamo arrivati nel nodo strategico dell’intermodalità e possiamo cambiare mezzo.
Scegliere l’autobus o il tram implica un certo grado di scaltrezza. La segnaletica è ottima, fin quando non si sale sul mezzo in questione. Qui bisognerà fare attenzione a diversi elementi altamente confondenti. Il primo è il tap in e tap out. Il pagamento può avvenire comodamente tramite carta di credito. Il trick sta nel fatto che la tariffa non è fissa, ma è calcolata sulla base della distanza effettiva percorsa, per cui sarà necessario effettuare il tap out tra la fermata che precede la tua e il momento della discesa. Io vengo perennemente colta dall’ansia all’idea di dover iniziare a prepararmi tatticamente alla discesa che non può avvenire in un moto troppo spontaneo, ma deve essere sapientemente pianificata. I fattori da inserire a progetto riguardano non solo la distanza che intercorre tra la penultima e l’ultima fermata, ma anche un calcolo probabilistico su quanta gente è intenzionata a scendere alla tua stessa fermata, e quindi affollerà l’uscita, afflitta dalla stessa necessità di tappare la propria carta o tessera dell’abbonamento che sia. Se fallisci nel tap out è un casino perché ti verrà addebitato il costo dell’intera tratta. Che per carità… magari sono 15€, ma se fai, metti, 3 corse e ti dimentichi sempre il tap out, oppure, per qualche motivo, non riesci a finalizzare il contatto elettromagnetico con l’appropriato movimento di polso, la questione comincia a farsi dispendiosa. È un gioco di astuzia che richiede allenamento e attenzione costanti. Non so se la netta preferenza che il popolo locale esprime per le biciclette abbia anche a che fare con questo altissimo rischio insito nel trasporto pubblico urbano.
Il secondo elemento altamente confondente è lo schermo digitale che restituisce a rotazione una serie di informazioni che pure Alpitour riterrebbe probabilmente eccessive. Ti piace viaggiare informato? Questo schermo passa in rassegna ogni dettaglio, non solo del tuo viaggio (il che è anche gradito, tipo che ore sono e a che fermata siamo lungo la tratta), ma anche dei possibili viaggi che potrai fare una volta sceso da questo mezzo. Esempio: ti dice tutti i mezzi in partenza dalla prossima stazione con le loro rispettive fermate. Chiaro che questo finisce spesso per convincermi di essere salita sul mezzo sbagliato e mi instilla dubbi sulle mille alternative che il mio viaggio (anche di vita) sta intersecando. È un po’ una riflessione filosofica sulle scelte… A quanti posti sto rinunciando scegliendo di restare su questo mezzo? Altra corsa, altro regalo?
Il cambio mezzo, però, può implicare anche lo spostamento in treno dove, se non altro, la storia del tap in & out è resa più intuitiva dai tornelli. Qui non ti puoi sbagliare, se non tappi non esci. Ciò detto, i treni sono mezzi del tutto confortevoli, non puliti ma sopportabili. Soprattutto, silenziosi sia a livello di sferragliamenti sui binari sia a livello di vociare umano durante il viaggio. Il sistema ferroviario è dotato di una puntualità commovente e, soprattutto, di una pronta comunicazione in merito a eventuali ritardi o alterazioni del servizio, che vengono notificate su diversi supporti tra cui app mobile, schermi e annunci vocali. Addirittura, la app ti comunica quando il treno è più corto o quando c’è il rischio di un extra-busy train. Ti immagini il carro bestiame… e invece no, l’affluenza va dal vuoto cosmico al normale. Io su un fantomatico extra-busy train mi sono tranquillamente seduta con il PC aperto e ho potuto riservare alla mia dx un posto per le mie borse (che, come si sa, sono tante e ingombranti). Anche i treni sono spesso organizzati su due piani e condividono con il trasporto urbano il tema degli schermi. Più li guardi, questi schermi, e cerchi di capirne la logica, più ti convinci che celino dei messaggi subliminali che non stai cogliendo. A quanti viaggi stai rinunciando? Ti senti perennemente a un potenziale punto di svolta tipo sliding doors.
Questo dubbio ti accompagna anche nell’attraversare le porte di accesso alla stazione, che però non sono sliding, ma sono revolving: le porte rotanti. La porta rotante tipicamente crea un momento di intoppo quando ci sono più persone che devono attraversarla contemporaneamente. Perché non sai mai fino a che punto lo scomparto tra le pareti verticali può essere grande per ospitare anche più di una persona. E fino a quante persone? E poi, è gradita la compresenza di più persone nello stesso vano mobile? In effetti, la compresenza implica una certa abilità di sincronizzare il passo con il compagno di passaggio di questa soglia, in modo che i piedi rispettivi non si calpestino gli uni con gli altri e non inciampino nemmeno nello scorrimento circolare della porta. Ciò richiede una sensibilità di un certo livello nell’intuire la potenza di spinta e la fretta della persona che precede, dal lato di chi segue, e una certa empatia rispetto alla capacità di adattamento del passo di chi segue, dal lato di chi precede. È un interscambio sottile, che dà anche modo alle persone di rompere il silenzio urbano scambiandosi frasi di cortesia del tipo “Oh, sorry” oppure “Thank you”. Un bell’arricchimento della socialità. Ciò accade all’ingresso e/o all’uscita di molti luoghi semi-pubblici e pubblici. La stazione, l’università, la biblioteca, il teatro, per qualche ragione, presentano regolarmente questa tipologia di porta, al confronto con la quale è impossibile non incagliarsi in questo spazio di transizione tra il dentro e il fuori. Con il suo moto circolare, la revolving door ti insinua un dubbio: e se da questa porta non uscissi dritto, ma tornassi invece sui miei passi?
Un esercizio mentale che diventa realtà quando la revolving door che ti trovi davanti è quella dei cassonetti pubblici dell’immondizia. Anch’essi sono caratterizzati da queste porte tonde, il cui asse, però, è orientato in senso orizzontale. La logica è che il cassonetto è tutto interrato, quindi tu ne vedi solo la “bocca”, cosa piacevole perché ingombra poco e non disturba il decoro urbano. All’apertura della porta metallica del cassonetto verso l’alto, ti si presenta un contenitore dal fondo tondo che isola alla vista e (più in teoria che in pratica) all’odorato la massa dei rifiuti sottostante. Può accadere, tuttavia, che quando metti il tuo sacco della spazzatura nell’apposito contenitore e lo chiudi per non vederlo più, il movimento rotatorio non si concluda completamente. Può essere che il peso o la forma del tuo sacco nero siano parzialmente incompatibili con quelli del contenitore metallico pronto ad accoglierli. Questo inghippo genererà il ripresentarsi della tua stessa spazzatura più e più volte finché non riuscirai, con un movimento congiunto di gomito e polso, a innescare la corretta energia centripeta che permette al rifiuto di essere convogliato verso il suo destino. Questo meccanismo è proprio dei cassonetti dell’indifferenziato, che accolgono spesso quasi tutti i rifiuti, compresa la plastica. Sostengono poi di avere un sistema di differenziazione ex post. Ci vogliamo fidare.
Ma, visto che fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, qui lo spirito ecologico è tutto basato sul riutilizzo, il riuso, il riciclo. Oltre al profluvio di negozi di robivecchi, mercatini delle pulci e botteghe del second-hand-della-qualunque, ti troverai immancabilmente a confrontarti con le tazze di plastica (qualcuno potrebbe avvertire un cortocircuito ossimorico in questa frase, ma sospenda il giudizio). La tazza di plastica costituirà una pence della tua vita olandese: la coperta sta a Linus come la tazza di plastica sta all’olandese. Le hanno pure dato un nome: si chiama Billie Cup. Soprattutto in ambiente universitario, l’attenzione alla sostenibilità ambientale è cosa seria. Nell’ambito della ricerca sull’ambiente costruito, non c’è progetto che non abbia a che fare con l’economia circolare… E quindi l’idea della “tazza circolare” è proprio quella (anche qui interpretata letteralmente) di circolare con questa tazza. Non è il bar che ti dà la tazza, ma sei tu che dai la tazza al bar, se sei un avventore avveduto. Quindi, quando arrivi in università come ospite, il kit di benvenuto si compone di un set di posate di metallo, che non ti serviranno per i tuoi sandwich pane e formaggio (perché quelli li mangi con le mani), ma anche di una borraccia di plastica e una tazza di plastica, di cui invece non potrai più fare a meno. Senza tazza di plastica non puoi usufruire delle bevande alle macchinette al piano perché erogano solo il liquido e non erogano il contenitore usa e getta. E, se vai alla caffetteria al piano terra, non potrai usufruire dello sconto per chi si porta la propria tazza e dovrai ordinare, oltre al contenuto, anche il contenitore, per un prezzo che espii la tua colpa di non avere la tua tazza. Poi la tazza on-demand la puoi restituire e quindi la stai usando gratis nel senso che, se la riporti al bancone, ti ritorna una quota in gettoni di plastica. Ma puoi anche portarla a casa, pagandola quindi a prezzo pieno, e andando ad alterare il ciclo della circolarità, ma chissà? Mi hanno assicurato che anche in molti bar fuori, se ti porti la tua tazza, hai un vantaggio economico. È un’idea. Io però resto con due dubbi grandi. Il primo è: ma se io adesso voglio un caffè e dopo voglio un tè e dopo voglio un succo, devo continuare a lavarmi questa tazza e, va bene, facciamo che sguazziamo nell’ambito della frugalità. Il secondo (non del tutto disgiunto dal primo) è: ma se tutti abbiamo lo stesso kit di benvenuto e quindi la stessa tazza, siamo sicuri che il mio caffè finisce nella mia tazza? Tutto questo circolare… Dove inizia e dove finisce…?
Le due riflessioni che resteranno con me: (1) La circolarità è un cammino che va scelto continuamente. (2) Se imbocchi la porta rotante puoi sempre tornare sui tuoi passi continuando a camminare e circolare.