A questo giro ho voluto fare una grande scelta antiglobalizzazione. Mi sono detta: invece che optare per una di quelle catene di residenze temporanee che sono uguali in tutto il mondo, che dove vai vai e ti ritrovi sempre con lo stesso arredamento, con lo stesso layout della stanza, con la stessa scala-colore-pantone, ma perché non andare invece ad abitare in una bella casa tipica olandese, di quelle con le scale ripide, con la facciata in mattoncini e i grandi finestroni colorati? Ecco… perché?
Potevo godere di tutti gli agi della standardizzazione forzata, potevo approfittare di un servizio all-inclusive in cui ti devi solo preoccupare di aprire e chiudere la porta della tua camera/appartamento e a tutto il resto pensano loro. Ma io no, io ho scelto l’Olanda nuda e cruda, quella autentica, ho deciso la via del calvario scavandomi la fossa fino alle radici del calvinismo, ho voluto la bicicletta… e adesso…
Adesso entro in casa e, ohibò, la caldaia non va. La proprietaria mi ha avvisata di questo inghippo a poche ore dal mio arrivo. La suddetta, però, si è già premurata di provvedere alla sostituzione della caldaia stessa, che avverrà l’indomani mattina. Gentile. Mi assicura, altresì, che troverò l’appartamento caldo, ma che la caldaia tende ad andare in blocco. Top, non mi sembra troppo un problema. Giungo in loco, mi accoglie la giovane cognata e mi ritrovo nella ghiacciaia. Un cazzo di appartamento freddo stecchito. Inoltre, tutte le volte che voglio utilizzare l’acqua calda si manifesta la scomoda necessità di riavviare la caldaia, che, in effetti, è più in blocco che in attività. Si va a letto senza doccia, scampando al pericolo di finire sotto le coperte gelate dopo una doccia altrettanto fredda.
L’indomani, come da programma, ecco baldanzoso il nostro uomodellacaldaia che si mette all’opera di buon’ora. E lavora. Passano le ore e lui lavora. Va su e giù da queste ripidissime scale delle quali immagino indovini per istinto olandese il prossimo gradino —perché palesemente la sua pancia gli ostruisce alla vista un numero considerevole di prossimi passi. E va su e giù, ansimando e smadonnando, smadonnando e ansimando (forse pure questo rituale fa parte dello spirito calvinista). Intuisco, anche in questa lingua davvero cacofonica, che l’uomo ha delle difficoltà di settaggio del termostato. Lo abbandono mentre chiama l’assistenza del fornitore (credo) ed esco a fare un giro perché non posso vederlo in pena così. Mi viene notificato che la caldaia è efficacemente entrata in funzione intorno alle 20.00. L’uomo ha totalizzato un circa 12 ore di lavoro sulla mia caldaia. Prestazione da record. E tutto quel su e giù dalle scale non ha beneficiato né al suo fiato, né al fiato che perderò io di lì a poco per pulire il lerciume da lui stesso prodotto, ma non solo: per pulire anche tutto il lerciume accumulato in una storia passata inafferrabile ma decisamente mostruosa.
Apro il frigo e mi si palesa uno scenario raccapricciante. Umidità che percola da tutte le parti, brina che non sa se ghiacciarsi o liquefarsi, resti di briciole e muffa. Una muffa terrificante e spaventevole, che nessuno vorrebbe mai incontrare, tanto meno nel proprio frigo. Andrà pulito. Apro le antine della cucina per capire cosa abbiamo a disposizione tra prodotti per la pulizia e spugne. Trovo un altro frigo (???) con dentro addirittura del ketchup. No, questo frigo per me non esiste. È davvero troppo. Faccio finta di non averlo visto. Nell’anta adiacente trovo una varietà di cibarie, risalenti a diverse ere geologiche. Cibo in scatola, in polvere proteica, liofilizzato di diverso tipo, a lunga conservazione, a corta conservazione che chiede per pietà di essere trasferito nella pattumiera. Chiudo spaventata l’anta e continuo con un movimento di apri e chiudi di antine e cassetti stracolmi di robot da cucina, altro cibo, stracci e straccetti stantii, posate sporche e mestoli impolverati. Finalmente intercetto l’anta dei prodotti per la pulizia, dove mi balza all’occhio una decina di prodotti repellenti per gli insetti. Antiblatte, antiformiche… non mi sembra un buon segno. Alzo lo sguardo e in men che non si dica mi si presenta una combriccola di formiche che stanno razzolando sul piano cucina, attratte evidentemente dai resti di sporco accumulato sotto al microonde e tra il vasellame affastellato lì sopra. Invoco tutti i santi, con Calvino, in aiuto.
Ok, caccio tutto nella lavastoviglie. La apro, sporca (neanche a dirlo), penso di fare un lavaggio a vuoto tanto per dare una disinfettata. Non funziona. Smadonno, emettendo suoni gutturali per sfogarmi più forte, ispirata dall’uomodellacaldaia di cui sopra.
Dico, va bene, spostiamo intanto questi stracci in lavatrice in modo da poterli utilizzare puliti. Apro lo sportello e ne escono lunghi capelli neri che penzolano dalla guarnizione a mo’ di raperonzolo. Con un misto di disperazione e rabbia, maledico me stessa per le mie malsane idee e la mia ospite per il suo malsano stile di vita. E inizio mestamente a pulire, rassegnata all’evidenza.
La Cenerella che è in me si adopera con zelo e, in un effetto domino, non c’è cosa che io pulisca che non me ne spunti un’altra sporca. Concludo con il cacciare addirittura le sedie nella doccia e lavarle lì dalla polvere incallita. Una cascata di sporco. Questa sofisticata operazione ha determinato la necessità di affrontare a quattro mani anche un ostinato intasamento della doccia. Armata di guanti e coltello, impersonando una rievocazione di Sandokan direttamente dalle Indie Orientali olandesi, per farmi di coraggio, ho puntato lo scarico e l’ho liberato da un nido vomitevole di capelli neri come la peste e certamente pericolosi almeno quanto la tigre della Malesia.
Ci ho messo 12 ore a sistemare casa. Prestazione da record. Io e l’uomodellacaldaia uniti sotto questa condanna. Terminata la campagna di disinfestazione, mi guardo intorno soddisfatta e decido di aprire meglio le tende per dare luce all’ambiente finalmente smagliante.
E quindi ci sono le grandi finestre colorate (perché la casa l’ho scelta con attenzione!), il confronto con le quali mi ha riportato alla memoria i peggiori incubi del passato (vedi ODISSEA PART X https://www.chiaratagliaro.com/odissea-part-10-postuma/)… A quanto pare, gli olandesi condividono con gli americani la passione per le finestre a ghigliottina, ma, anche, hanno un simile debole per le tendine a lamelle. Quest’ultimo decisamente più irritante. E quindi ricomincio a lottare con queste corde, vinta in partenza, consapevole che non ho speranza alcuna di raccapezzarmi, ma voglio assolutamente alzarle almeno in modo da poter guardare fuori. Mi do pace solo quando finisce che in soggiorno c’è una tenda che a sinistra è almeno 5 centimetri più bassa che a destra, ma, per un caso fortuito, corrisponde a specchio con la finestra adiacente che rimane 5 centimetri più bassa a sinistra. Decido che la simmetria sta non nella singola finestra, ma nel sistema-stanza. Alla fine è una questione di prospettive.
È una questione di prospettive, indubbiamente, anche la reazione della mia proprietaria di casa alle mie rimostranze e segni di disappunto. Gli olandesi possiamo considerarli degli zozzoni, oppure, da un’altra prospettiva, dei frugali. Dice che la frugalità, appunto di derivazione calvinista, sia alla base della cultura olandese. Le inevitabili conseguenze che ne derivano: lavare e lavarsi poco, mangiare pane e formaggio freddo a pranzo all-year-round e vivere avvolti in abiti umidi e maleodoranti perché impregnati di pioggia. Tutto questo, però, corrisponde anche a importanti valori: essenzialità, parsimonia, sobrietà. In prospettiva.
Non a caso, di fronte alle mie denunce, un qualunque ospite medio avrebbe detto (magari anche con un ostentato bluff): “Perdincibacco, mi dispiace che la casa non sia risultata conforme alle tue aspettative. Cosa posso fare per compensare questi inconvenienti?”. Non lei. La nostra ragazza con l’orecchino di perla non ha fatto un plissé, non si è scomposta di una virgola, non ha dato cenno di sorpresa. Con un atteggiamento di grande pragmatismo, mi ha incoraggiata, a modo suo.
“La dispensa è piena di cibo! Non ho spazio per la mia roba!” – “Sposta pure il cibo e crea spazio per il tuo, ma, mi raccomando, non buttare nulla.” (Ci mancherebbe… Questo è prezioso cibo in putrefazione!)
“Ci sono le lampadine rotte in mezza casa, non si vede una beata ceppa!” – “Compra le lampadine nuove e mandami tranquillamente gli scontrini”.
E via di grandi pollici alti su Whatsapp in segno di approvazione, mano a mano che le notificavo alacremente i miei interventi per rendere la casa abitabile secondo la mia, di prospettiva.
Che sia un caso che Don Chisciotte ce l’avesse proprio con i mulini a vento??? … Lui andava a cavallo, io invece su una diversa sella, con le ruote… e pedalo… pedalo…